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Il diritto di Resistenza. Lo status del combattente partigiano e i procedimenti giudiziari 1944-1958 di Michela Ponzani pubblicato su Italia Contemporanea n. 254 , marzo 2009

Il saggio affronta il problema della definizione giuridica dei partigiani nell’Italia repubblicana, in comparazione alle azioni giudiziarie promosse dalla magistratura italiana del secondo dopoguerra contro fascisti della Rsi accusati di collaborazionismo. Sulla base di una documentazione inedita proveniente per lo più dall’Archivio della Procura generale militare di Palazzo Cesi a Roma – sentenze del Tribunale militare supremo – si esaminano le ragioni della mancata equiparazione dei partigiani ai membri effettivi delle forze armate, che favorì un giudizio di irregolarità delle azioni di resistenza, valutate come rapine, estorsioni, violenze private e omicidi. Il materiale giudiziario mette in risalto anche l’inconcludenza delle leggi e dei decreti d’amnistia — modellati su una vecchia concezione della guerra tra truppe regolari, di stampo ottocentesco —, che esclusero da un riconoscimento le azioni ausiliarie o di fiancheggiamento della guerra partigiana, come la comunicazione di informazioni, la somministrazione di viveri e le attività di propaganda o staffetta, giudicate inutili per fronteggiare militarmente il nemico. Nei primi anni cinquanta gli ex fascisti di Salò vennero invece assolti, graziati e riabilitati e videro attivarsi in loro favore sia la magistratura ordinaria di Cassazione — profondamente legata al vecchio regime, per cultura e tradizione —, sia quella militare. Fu proprio quest’ultima ad archiviare casi gravissimi di strage e violenza richiamandosi al dovere di obbedienza delle truppe agli ordini superiori, e ad esprimersi favorevolmente non solo sulla legittimità delle formazioni militari e di polizia della Rsi — attive non meno delle truppe tedesche in azioni di controguerriglia partigiana —, ma anche sull’esistenza di Salò.


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