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Abstracts della rivista

Abstract del numero 230, marzo 2003
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  • Christoph Cornelißen Democrazia e memoria antifascista nella Bundesrepublik pubblicato sul numero 230 di Italia contemporanea, marzo 2003 Abstract: Al rapporto tra democrazia e memoria antifascista nella Bundesrepublik, in questi ultimi anni è stata dedicata una crescente attenzione per motivi politici e scientifici. Mentre i primi anni del dopoguerra nella Germania occidentale sono stati caratterizzati da un deciso rifiuto del concetto di antifascismo, molto presto si possono riconoscere delle scelte in direzione di un costituzionalismo antinazionalsocialista. Il marcato anticomunismo e la diffusione della teoria del totalitarismo hanno fatto sì che l’antifascismo in senso lato fosse respinto in secondo piano nell’atto di fondazione della Bundesrepublik. Solo nel corso degli anni sessanta, nei movimenti studenteschi, si è recuperato il concetto di antifascismo in senso neomarxista. Parallelamente si è sviluppato un dibattito sul fascismo, prevalentemente negli ambienti scientifici, che si è staccato sempre più dalla ricerca empirica sulle forme storiche dei sistemi fascisti, giungendo a una dilatazione estrema del concetto. Dagli anni ottanta si è venuta formando anche una tendenza, di origine sia politica sia scientifica, opposta, volta a stabilire "la memoria antifascista" come parte integrante della cultura politica nella Bundesrepublik. A partire dagli anni settanta, nei movimenti di base e di protesta, il richiamo all’esperienza del nazionalsocialismo è divenuto una costante. Dagli anni novanta anche nella Bundesrepublik si discute del passaggio da una memoria nazionale della guerra di tipo tradizionale a una memoria culturale moderna, all’interno della quale la dichiarazione della "colpa" viene considerata un riconoscimento dotato di un alto contenuto morale. Questo lavoro, dopo aver definito il concetto postbellico di antifascismo, prende in esame le tre generazioni politiche che si sono avvicendate nella Bundesrepublik e la loro diversa concezione della memoria antifascista. Infine esamina la memoria del fascismo come parte integrante della cultura politica del paese.


  • Martin Sabrow "Antifascismo" e identità della Repubblica democratica tedesca pubblicato sul numero 230 di Italia contemporanea, marzo 2003 Abstract: Dopo la fine della seconda guerra mondiale entrambi gli stati tedeschi succeduti al Terzo Reich furono costretti a fare i conti con un passato terribile, emerso dal profondo della società. La Germania dell’Ovest reagì con una cultura della rimozione, che può essere denominata vittimizzazione. La Germania dell’Est reagì con un culto ufficiale dell’eroismo, che allontanò l’attenzione dalla persecuzione degli ebrei e dall’Olocausto, come anche dal consenso per il regime di Hitler. Il discorso che permise di realizzare questa strategia fu l’ideologia dell’"antifascismo". L’"antifascismo" nella Repubblica democratica tedesca si apre dal punto di vista semantico a due differenti livelli di significato. Il termine significa, in senso stretto, "in relazione con nazionalsocialismo e resistenza", e in seconda istanza si riferisce, in un contesto più ampio, a un’intima relazione tra antifascismo e comunismo da una parte e tra capitalismo e imperialismo dall’altra. Il suo ruolo nella Rdt dipendeva da questa ambiguità e può essere descritto come: 1. una categoria centrale della legittimazione della Rdt, per compensare la perdita dell’identità nazionale; 2. uno strumento politico a favore delle politiche di espropriazione e della costruzione di una nuova società socialista; 3. un modello di "discorso dominante" sul passato, che non poteva essere messo in questione e che è stato responsabile di una grande quantità di lacune nel rapporto ufficiale con il passato. Ma queste caratteristiche non spiegano perché il concetto ufficiale di "antifascismo" sia stato accettato da una supposta maggioranza della popolazione della Germania dell’Est, perché l’antifascismo "prescritto" sia potuto apparire, in innumerevoli contatti sociali, come un "antifascismo vissuto", come Christa Wolf ha ricordato dopo la fine della Rdt. In questo articolo l’autore discute di alcune ragioni alla base del consenso sociale che ebbe il concetto di "antifascismo" stabilito dittatorialmente nella Rdt.


  • Sergio Lavacchini L'Europa centro-orientale nella politica dell'Italia fascista pubblicato sul numero 230 di Italia contemporanea, marzo 2003 Abstract: Il lavoro intende porre l’accento sulle potenzialità espresse dall’Italia tra il 1919 ed il 1939 nella realizzazione di un progetto di espansione economica nell’area danubiano balcanica. A partire dagli anni venti l’intervento italiano nell’area solleva a più riprese la preoccupazione di Francia e Gran Bretagna che vedono nell’Italia una temibile e astuta concorrente da tenere sotto controllo, un timore che si dissolverà nella seconda metà degli anni trenta quando la Germania rientrerà con prepotenza nei suoi mercati naturali dell’Europa centro orientale facendo arrestare irrimediabilmente l’iniziativa italiana. Con il consolidamento del regime fascista, quest’ultima perderà il carattere economico finanziario per assumere prevalentemente un carattere politico. I soggetti economici coinvolti in tale progetto vanno dall’industria meccanica all’industria cantieristica, da quella aeronautica a quella estrattiva e di raffinazione degli oli. Sono tuttavia anche i singoli imprenditori di piccole e medie imprese a confermare, con le loro iniziative, il disegno di espansione economica voluto dal regime. La Banca d’Italia e in particolare la Banca commerciale italiana si adoperano per creare le condizioni affinché venga realizzata una zona economica a guida italiana. Per la prima volta l’Italia si troverà a sperimentare nuovi strumenti per promuovere l’intervento italiano nell’area in questione, tra i quali ricordiamo, oltre a un buon sistema propagandistico, la creazione di Istituti di cultura italiana e di servizi d’informazione economico finanziaria attraverso l’Istituto nazionale per l’esportazione, l’allestimento di corsi di specializzazione per tecnici ed ingegneri nelle fabbriche italiane con l’intento di indurli a preferire la tecnologia italiana negli stabilimenti del paese d’origine.


  • Carla Tonini L’antifascismo nella costruzione della Polonia comunista pubblicato sul numero 230 di Italia contemporanea, marzo 2003 Abstract: La Resistenza polacca nacque, dopo le invasioni nazista e sovietica, con l’obiettivo di riconquistare l’indipendenza del paese. Tra il 1939 e il 1941, essa fu una battaglia "contro i tedeschi ma ugualmente, e soprattutto, contro i sovietici". L’equazione Resistenza-antifascismo fu introdotta dai comunisti polacchi dopo la loro comparsa sulla scena politica della clandestinità, nel gennaio 1942. Il loro sforzo di presentarsi come gli unici veri antifascisti si scontrava però con la presenza dello Stato clandestino, che godeva della legittimazione popolare e con quella dell’Unione Sovietica, che era l’alleato degli occidentali nella lotta contro il fascismo. Nel paese dunque si confrontavano tre antifascismi. Il primo, rappresentato dalla resistenza legata a Londra, nella quale si riconosceva la maggior parte dei polacchi, era una lotta per la liberazione dagli occupanti nazista e sovietico e per la libertà politica e civile. Il secondo, rappresentato da alcune migliaia di comunisti nel paese, era insieme lotta nazionale e guerra di classe: esso comportava forti limitazioni alle libertà politiche e sociali. Inoltre, i comunisti "nazionali" speravano di conquistare alla Polonia uno spazio autonomo nella futura collocazione internazionale nel blocco sovietico. Infine, esisteva l’antifascismo "d’importazione", rappresentato dall’Urss, che combatteva una guerra contro il nemico nazista e contemporaneamente una guerra contro ogni libertà, politica, civile e statuale. Nel 1945, l’attribuzione alla Polonia di un vasto territorio a occidente costituì una grande possibilità di legittimazione del partito comunista, che presentò l’espulsione dei tedeschi e la colonizzazione delle "terre riconquistate" come il simbolo della vittoria finale contro il nazismo.


  • Christian Giuseppe De Vito Continuità e rotture nella storia del sistema penitenziario italiano 1943-1986 pubblicato sul numero 230 di Italia contemporanea, marzo 2003 Abstract: Una cappa di immobilismo grava sulla storia del sistema penitenziario italiano degli anni compresi tra il 1943 e il 1986, effetto del persistere della funzione emarginante del carcere, ma anche della ciclicità dei dibattiti specialistici, del continuo riproporsi di rigide gerarchie burocratiche e di prassi gestionali tipiche dell’istituzione totale. Si tratta di un quadro sul quale sembrano incidere solo superficialmente le innovazioni legislative, del resto limitate e frammentarie, introdotte da un ceto politico spesso disattento rispetto a questi temi. Le rotture sono per lo più frutto dell’azione di forze esterne, e sono concomitanti con eventi storici di più ampia portata: da un lato, la seconda guerra mondiale, con le sue distruzioni materiali e morali; dall’altro, la stagione del conflitto sociale e politico apertasi sul finire degli anni sessanta, attraverso l’intervento non uniforme della sinistra "extraparlamentare" in ambito carcerario. E se grande si rivela la forza ‘normalizzante’ della repressione e di un selettivo assorbimento delle istanze innovative, uno sguardo in controluce mostra quanto le contraddizioni strutturali e i meccanismi emarginanti siano presenti ancora nel sistema penitenziario odierno, appena coperti dal velo del tecnicismo.

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