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Abstracts della rivista

Abstract del numero 234, marzo 2004
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  • Mariuccia Salvati Ricostruzione e società civile nel secondo dopoguerra in Italia Il caso del Rotary pubblicato sul numero 234 di Italia contemporanea, marzo 2004 Abstract: La storia del Rotary Club in Italia è già stata in gran parte ricostruita - seppure da una storiografia spesso parziale o interna ai singoli club - per quanto riguarda il periodo tra le due guerre e i rapporti con il fascismo e la Chiesa cattolica. Ben poco si conosce invece della presenza di questa associazione nell’Italia repubblicana, anche perché in questo cinquantennio nessun fatto politico di rilievo ha accompagnato la sua pur sorprendente espansione numerica e territoriale, richiamando l’attenzione degli storici. La ricerca che qui si presenta intende dunque evidenziare i caratteri specifici di questa dinamica associativa mettendola in relazione con la contemporanea crescita del paese e con la sua articolazione geografica. Sulla base dei dati forniti dalla stessa associazione, nonché delle fonti a stampa e d’archivio, si ipotizza un rapporto molto stretto tra il moltiplicarsi dei club, il mutamento della loro composizione sociale, la circolazione, nazionale e internazionale, delle informazioni e i caratteri peculiari dello sviluppo economico del paese negli anni del cosiddetto ’miracolo’.


  • Davide Baviello I commercianti italiani nel primo dopoguerra 1946-1951 pubblicato sul numero 234 di Italia contemporanea, marzo 2004 Abstract: Dalla comparazione con gli altri paesi dell’Europa occidentale il sistema italiano di distribuzione al dettaglio si presentava come uno dei più arretrati. Nonostante le difficoltà per riorganizzare le numerose ed eterogenee categorie commerciali, nelle quali lo spirito di concorrenza prevaleva sulla solidarietà di classe, dopo la fine della guerra fu ricostituita la Confederazione che rappresentava unitariamente sul piano nazionale i commercianti italiani, i quali tuttavia non riuscirono a recuperare un rapporto positivo né con la società nel suo complesso né con il potere politico in particolare, sentendosi vittime di una persistente e ingiusta ostilità. I consumi che si mantenevano bassi e limitati in prevalenza ai generi alimentari, l’accresciuto controllo dello Stato sul settore distributivo, il possibile successo dei comunisti e dei socialisti, il peso assunto dai consorzi agrari, dalle cooperative e dagli enti comunali di consumo, gettarono gli esponenti del commercio tradizionale in uno stato di profonda incertezza per il proprio futuro, assaliti dalla paura di assistere all’abbattimento del loro ruolo economico nella società. L’affermarsi della democrazia aveva destato preoccupazione nell’ambito delle categorie commerciali per le possibili minacce che avrebbe potuto subire l’ordine sociale. Questo timore non sfociò affatto nell’instaurazione di un rapporto d’intesa con i governi guidati da De Gasperi, continuamente accusati di ignorare e penalizzare in modo sistematico il settore distributivo privato. È tuttavia possibile individuare la presenza di presupposti per relazioni in seguito sempre migliori con la Democrazia cristiana. Tra questi la cultura corporativa e conservatrice del ceto commerciale, che costituiva un fondamentale nesso di continuità con la precedente esperienza fascista, come d’altro canto l’idea di libertà soggettiva e negativa, che i commercianti esprimevano nel dopoguerra, oggi continuano a essere evidenti all’interno del vasto, variegato e ormai saldamente protetto mondo del lavoro autonomo in Italia.


  • Emma Schiavon Interventismo al femminile nella grande guerra Assistenza e propaganda a Milano e in Italia pubblicato sul numero 234 di Italia contemporanea, marzo 2004 Abstract: L’interventismo femminile e femminista della prima guerra mondiale è poco conosciuto dal momento che gli studi, sia in Italia che all’estero, si sono concentrati quasi esclusivamente sul ruolo svolto dagli uomini e sui militari al fronte. Si è trattato tuttavia di un fenomeno molto rilevante sia per il numero di donne coinvolte, sia per l’assunzione di importanti responsabilità nell’assistenza e nella propaganda verso il "fronte interno". Indagare questo fenomeno ha poi un forte valore conoscitivo in rapporto al nesso fra cittadinanza e servizio militare in guerra quale si è costituito nelle società occidentali almeno a partire dalla Rivoluzione francese. L’autrice riferisce qui in sintesi i risultati di una ricerca che ha condotto in profondità sulla città di Milano, con ampie ricadute e collegamenti in ambito nazionale. L’articolo si concentra soprattutto sui problemi di interpretazione (non semplici, visto il legame antico e profondo fra il movimento emancipazionista e quello pacifista) e attua un confronto sistematico con la storiografia italiana ed estera. La sua tesi principale è quella che l’interventismo femminista non va analizzato in termini di cedimento alle pressioni patriottiche e belliciste, ma come un intervento attivo nel quadro politico italiano, e come una strategia per giungere al riconoscimento della cittadinanza, anche sull’esempio della scelta fatta dall’ala radicale del suffragismo inglese. Pur condividendo infatti i forti dubbi che prevalgono oggi nella storia delle donne a proposito del valore emancipativo delle guerre mondiali, l’autrice nota come le femministe interventiste cercarono costantemente di avvantaggiarsi degli spazi aperti dal conflitto in ambito politico, economico e nella costruzione del welfare, e che anche l’azione più propriamente rivendicativa continuò più forte di prima, al di là della retorica molto diffusa del sacrificio per la patria.

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