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Abstracts della rivista

Abstract del numero 256-257, settembre-dicembre 2009
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  • Luciano Monzali La politica estera italiana nel primo dopoguerra 1918-1922. Sfide e problemi pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Obiettivo del saggio è ricostruire i principali momenti e problemi dell'azione internazionale dell'Italia dopo la prima guerra mondiale. La fine dell'impero asburgico, la crisi interna russa, il declino dell'impero ottomano liberarono l'Italia dalla presenza di antichi rivali nell'Europa danubiana e balcanica e nel Mediterraneo orientale, e inaugurarono un'epoca di ampliamento della sua influenza in quelle regioni. Ma l'aggravarsi delle rivalità fra l'Italia e le altre potenze vincitrici, in particolare Francia e Gran Bretagna, rese spesso di difficile realizzazione le ambizioni italiane. Inoltre, sulla politica estera dei governi Bonomi e Facta ebbe una forte incidenza la politica interna: si verificò infatti una crescente strumentalizzazione della politica internazionale ai fini degli interessi e delle logiche dello scontro politico in atto nella società italiana.


  • Fabrizio Rasera Primo dopoguerra e governo militare in Trentino pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Del governo militare del Trentino tra la fine della Grande guerra e il luglio 1919, come del successivo periodo di Commissariato civile, si è occupata con sistematicità la storiografia di ispirazione liberale, che ha avuto il principale esponente in Umberto Corsini. Dai suoi studi emerge un netto apprezzamento dell'approccio del governatore Pecori Giraldi al complesso passaggio istituzionale e, in particolare, della moderazione con cui impostò le relazioni tra lo Stato italiano e la popolazione tirolese di lingua tedesca. Diverse le valutazioni che emergono dagli studi sul movimento cattolico trentino e nello specifico su Alcide De Gasperi. Al governo militare, e più in generale al centralismo statale, De Gasperi e il rinnovato partito popolare da lui guidato contrapposero un modello di annessione che prevedesse la codeterminazione della popolazione nelle scelte di fondo, sollecite elezioni, pieno rispetto delle autonomie comunali e provinciali. Questo punto di vista critico si riflette anche nella recente stagione di studi degasperiani. Carenti rimangono le ricerche sulle politiche svolte concretamente dai vari livelli del governo provvisorio, al di là delle enunciazioni programmatiche. Esistono poi temi a lungo rimossi o comunque non ancora affrontati con adeguato approfondimento: gli internamenti della popolazione civile e dei militari ex au., il tormentato ritorno dei prigionieri, le politiche della memoria che negarono dignità ai combattenti con la divisa dell'esercito sconfitto. La censura nazionalistica prima e i ritardi perduranti poi hanno contribuito ad alimentare una memoria antagonistica sommersa che si va tramutando in una sorta di 'leggenda nera'.


  • Stefan Lechner Nel nuovo Stato. L'Alto Adige e il problema dell'acquisizione della cittadinanza italiana pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: II saggio vuoi essere un primo approccio al complesso tema della regolamentazione della cittadinanza dei sudtirolesi dopo il 1920. L'assegnazione della cittadinanza italiana ai sudtirolesi doveva avvenire sulla base del trattato di pace fra Austria e potenze alleate e associate, sottoscritto il 10 settembre 1919 a Saint-Germain-en-Laye. Il regio decreto 30 dicembre 1920, n. 1890, da un lato disciplinava l'attuazione del trattato di pace, cioè il riconoscimento della cittadinanza di pieno diritto e la sua acquisizione attraverso l'esercizio del diritto di opzione, dall'altro definiva la modalità di acquisizione della cittadinanza — mediante presentazione di apposita domanda, indipendentemente da quanto stabilito dal trattato. Dal punto di vista professionale, la categoria degli optanti si componeva principalmente di impiegati pubblici, quali ferrovieri, lavoratori del servizio postale o insegnanti, che spesso erano originari di altre regioni della monarchia danubiana. Il Commissariato generale civile a Trento aveva assicurato nell'estate del 1921, allo scadere del termine utile per la presentazione, che le domande sarebbero state esaminate "con la dovuta liberalità", a meno che gravissimi motivi non lo impedissero. Tuttavia, a giudicare dai risultati, ciò non accadde. Se nella primavera del 1922 parve delinearsi per i sudtirolesi una situazione più favorevole all'accoglimento delle domande, nei fatti moltissime furono quelle respinte e i conseguenti ricorsi. Sulla questione, il fascismo assunse dall'inizio un atteggiamento di intransigenza e, una volta preso il potere, la valutazione della condotta politica del candidato divenne sempre più importante. Solo nel 1925 venne fatta definitivamente chiarezza sulla cittadinanza dei postulanti.


  • Giorgio Mezzalira Per una "politica ferma e risoluta". L'occupazione italiana in Alto Adige nei rapporti tra Tolomei e Pecori Giraldi pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Gli otto mesi di amministrazione militare italiana nel Tirolo del Sud (novembre 1918-luglio 1919) rappresentarono il primo banco di prova della politica di italianizzazione dell'Alto Adige. L'azione svolta dal Governatorato di Trento, retto dal generale Guglielmo Pecori Giraldi, improntata a moderatismo e fermezza, mirava a cogliere due obiettivi: preparare la strada per un possibile dialogo con la minoranza di lingua tedesca e permettere di avviare gradualmente la penetrazione italiana. Una volta avvenuta l'annessione al Regno d'Italia, l'arroccamento politico dei sudtirolesi sarebbe diventato infatti un ostacolo assai difficile da superare e avrebbe complicato i rapporti con il resto dei cittadini. Una diversa linea di azione sui tempi e sulle modalità con cui si sarebbe dovuto italianizzare l'Alto Adige, così come sui rapporti da tenersi con i cittadini di lingua tedesca, si affermò con l'opera che iniziò a sviluppare nella nuova provincia il Commissariato lingua e coltura per l'Alto Adige, istituito nel novembre 1918 e diretto dal roveretano Ettore Tolomei. La radicalità del nazionalismo di confine intransigente e aggressivo di cui Tolomei fu ispiratore e apostolo, entrò presto in conflitto con la moderazione con la quale Pecori Giraldi governava i primi passi del programma di conquista e di affermazione nazionale in Alto Adige. La questione della toponomastica offrì il primo terreno di scontro, che tuttavia non fu l'unico. A collidere con la politica "ferma ma aliena da persecuzioni" a cui era improntata l'azione del Governatorato, c'erano molti altri temi sensibili indicati da Tolomei come urgenti, dall'apertura di scuole italiane, alle norme sull'incolato, fino allo scioglimento di associazioni di lingua tedesca.


  • Andrea Di Michele Al di qua e al di là delle Alpi. Piani italiani di espansionismo in Tirolo 1918-1920 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: I1 contributo tratta di due questioni vicine ma distinte: l'occupazione militare italiana del Tirolo meridionale (il futuro Alto Adige, dopo l'annessione formale del 1920), e quella di Innsbruck a nord del Brennero. La provvisoria amministrazione militare dell'Alto Adige (novembre 1918-luglio 1919), considerata dalle autorità italiane come un primo passo in vista di un prossimo passaggio di sovranità e contraddistinta da un atteggiamento sostanzialmente equo e prudente degli organismi militari, coincise con l'emergere e il contrapporsi, all'interno del panorama politico nazionale e della classe dirigente liberale, di posizioni diversificate circa il trattamento delle minoranze nazionali, alcune delle quali costituirono un'anticipazione della successiva azione fascista nelle terre di confine. Le ragioni della presenza italiana oltre il Brennero (protrattasi sotto diverse forme fino alla fine del 1920), in prima battuta di natura puramente militare (la temporanea necessità di attestarsi su posizioni vantaggiose nel caso la Germania proseguisse il conflitto) non essendoci su tale territorio alcuna rivendicazione dell'Italia, furono invece molteplici: il desiderio di acquisire prestigio e di rafforzare la propria posizione politica ed economica nell'area danubiana; la convinzione che stando a Innsbruck fosse possibile controllare meglio l'irredentismo sudtirolese; la vigilanza sui locali "agitatori bolscevichi", che si temeva potessero far presa anche sulla truppa italiana.


  • Giulia Caccamo L'occupazione italiana della Carinzia pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Sin dal dicembre 1918, quando le clausole armistiziali assegnarono alle truppe italiane il compito di presidiare la linea di demarcazione provvisoria lungo il fronte della Brava, il governo di Roma definì immediatamente alcuni obiettivi volti a salvaguardare l'interesse nazionale, tra i quali innanzitutto quello di evitare che i principali collegamenti ferroviari, che garantivano le comunicazioni tra il porto di Trieste e l'Europa centrorientale, si venissero a trovare sotto la sovranità del neonato Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, da subito percepito come il principale ostacolo alla realizzazione degli ampliamenti territoriali previsti nel patto di Londra. Analogamente, l'avanzata delle truppe slave oltre la Drava, avrebbe privato l'Italia del proprio vantaggio strategico, rendendo la frontiera orientale meno sicura. Alla luce di queste considerazioni, il governo agì con una certa prudenza, non rinunciando, tuttavia, nel giugno del 1919, a occupare il tronco ferroviario Villaco-St. Veit, e dimostrando come il problema delle comunicazioni ferroviarie con l'Est costituisse la chiave di volta dell'atteggiamento italiano nella vertenza austrojugoslava. E altrettanto vero, nondimeno, che tale politica rientrava nel più ampio disegno volto a delegittimare le aspettative jugoslave ovunque queste si profilassero, e con tutti i mezzi possibili. Alla luce dei risultati conseguiti, in Carinzia come altrove, si evidenziano i limiti intrinseci della politica estera italiana del primo dopoguerra. Gli obiettivi di una grande potenza erano destinati a scontrarsi con i mezzi limitati di un paese per il quale il protrarsi dell'occupazione militare costituiva un onere economicamente e socialmente insostenibile, mentre il progressivo venir meno dell'appoggio internazionale poneva il rischio concreto dell'isolamento.


  • Angelo Visintin I primi passi verso l'annessione. Il governo militare nella Venezia Giulia 1918-1919 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: A seguito della firma dell'armistizio con l'impero asburgico, nel novembre 1918 l'esercito italiano occupò la Venezia Giulia (o Litorale), territorio austriaco rivendicato secondo gli accordi del patto di Londra del 1915. Mentre i reparti di due armate mobilitate si dispiegavano nella regione, a Trieste quale organo di gestione civile fu insediato il Regio governatorato della Venezia Giulia, retto dal generale Petitti di Roreto. Il compito assegnato dall'esecutivo e dal Comando supremo a Governatorato e armate consisteva nel favorire l'affermazione della nuova sovranità, promuovendo politicamente i processi di unificazione in attesa dei deliberati della Conferenza della pace. Per gestire la transizione postbellica, gli organi del governo militare agirono sia attraverso gli strumenti della repressione (controllo di uffici e istituzioni pubbliche, epurazioni selettive, internamenti e altre misure) sia della persuasione (propaganda, attività assistenziale, orientamento della stampa, appoggio ai raggruppamenti patriottici italiani). Al contrasto dei centri irredentistici sloveno-croati e delle organizzazioni socialiste o clericali si accompagnò quindi il tentativo, perseguito soprattutto da Petitti, di comporre un quadro politico ed economico vantaggioso per l'Italia. L'ambizioso progetto di integrare senza fratture le forze politiche giuliane nella scena nazionale tuttavia fallì di fronte al deteriorarsi dello spirito pubblico e alle spinte estremiste. In particolare, lo sforzo di incoraggiare i gruppi filoitaliani sfuggì di mano al governatore e anzi contribuì alla saldatura sul campo di componenti scioviniste civili e militari, nazionali e locali.


  • Angelo Visintin Piani di guerra italiani contro il Regno Shs. Gennaio 1919-novembre 1920 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Nei due anni dopo la fine del conflitto, lungo il confine armistiziale della Venezia Giulia le forze di terra dell'Italia e del Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni sono al centro di una complessa situazione politico-militare, i cui significati si annodano allo scontro diplomatico tra i due paesi. Nella prima metà del 1919 i piani di guerra dell'Italia sono l'attestazione di un'evidente superiorità, e i suoi disegni offensivi ipotizzano campagne militari di ampia entità (con obiettivi Lubiana, Zagabria, Kar-lovac, Ogulin). Nell'autunno-inverno 1919, le più caute direttive di politica estera del nuovo governo, le economie di bilancio, il procedere della smilitarizzazione e la conversione al piede di pace dell'apparato militare impongono una netta riduzione delle forze dislocate, mentre aumentano le incombenze presidiane ed esplode il disagio prodotto dai fatti di Fiume. La portata delle operazioni pianificate quindi si riduce a favore di azioni circoscritte e di carattere dimostrativo. Presso i comandi il timore di aggressioni jugoslave trova ora minor attenzione. Durante il 1920 e sino al trattato di Rapallo, infine, l'impegno dei militari nella vigilanza del confine e nella preparazione a ipotetiche ostilità deve fare i conti con le crescenti incombenze dell'ordine pubblico, l'insufficienza delle risorse umane e materiali, la crisi morale interna che confluisce in un malessere diffuso e nell'agire politicizzato di ufficiali e truppa. L'esercito, ordinato su base territoriale, è costretto ad attenersi ad una linea strettamente difensiva, persuaso ormai dell'incapacità dell'avversario di sostenere atti di guerra.


  • Raoul Pupo "Destreggiarsi". Una lettura dell'amministrazione militare italiana della Dalmazia 1918-1920 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: La Dalmazia costituì per l'Italia uno dei nodi della Conferenza della pace di Parigi e la sua mancata risoluzione contribuì poderosamente ad alimentare il mito della "vittoria mutilata". Tuttavia, l'occupazione della regione venne gestita in qualche modo 'al risparmio'. Infatti, l'ampiezza — forse più apparente che reale — delle ambizioni, alle quali la presenza militare dell'Italia sulla sponda orientale dell'Adriatico avrebbe dovuto attribuire sostanza, si accompagnava alla consapevolezza che la disponibilità di uomini, mezzi e financo volontà politica, su cui realmente l'Italia poteva far conto per affrontare l'impresa, era impari alla bisogna. Per di più, le risorse militari comunque mobilitate e stanziate in Dalmazia finirono per trasformarsi esse stesse in un problema, quando l'ammutinamento dannunziano rischiò di estendersi lungo la costa dalmata, con un effetto probabilmente dirompente sulle relazioni italojugoslave. L'articolo esamina le specificità della situazione dalmata rispetto a quella esistente nelle altre province ex austriache occupate dalle truppe italiane nella prospettiva dell'annessione, per passare poi ad analizzare puntualmente i caratteri dell'amministrazione militare italiana e in particolare le scelte compiute dal governatore della Dalmazia, ammiraglio Millo. Una speciale attenzione viene in quest'ambito dedicata alla politica scolastica e ai rapporti fortemente conflittuali con la Chiesa locale.


  • Giovanni Villari La presenza italiana in Albania 1918-1920 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: L'Albania, paese che aveva guadagnato da pochi anni l'indipendenza e dall'ancor fragile e instabile assetto istituzionale, fu dapprima teatro di battaglia tra diversi avversari nella prima guerra mondiale, e in seguito al centro delle dispute nel gioco delle contrapposte mire espansionistiche dei vincitori dal conflitto. L'Italia, che al termine della guerra occupava buona parte del suolo albanese, nonostante l'opera nel complesso positiva svolta dalle proprie truppe, pagò a caro prezzo le incertezze della sua politica estera, ora volta a garantire l'indipendenza, sotto protettorato, del piccolo paese adriatico, ora tesa a spartirlo accontentando la Grecia e il neonato Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni (Shs). Gli interessi strategici ed economici italiani, sviluppatisi già negli anni della Triplice, dovettero scontrarsi con l'accresciuta consapevolezza nazionale albanese, maturata nel corso dei primi esperimenti di autogoverno, quando ancora la guerra era in corso. Essa, unita alle difficoltà interne italiane del periodo postbellico, portò al tragico epilogo della ritirata delle truppe del regio esercito nel campo trincerato di Valona, ben presto abbandonato sotto la pressione delle forze albanesi. Le conseguenze negative degli anni del primo dopoguerra si sarebbero fatte sentire in seguito sia nelle relazioni bilaterali italoalbanesi, il cui patrimonio di fiducia era ormai andato perduto, sia in quelle con la Grecia e il Regno Shs, poi Jugoslavia, per l'irrisolta questione dei confini.


  • Nedjalko S. Dacev I dieci mesi della presenza militare italiana in Bulgaria (ottobre 1918-luglio 1919) pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: L'autore propone una sintesi dei fatti che precedono e determinano, nel settembre 1918, il crollo del cosiddetto fronte di Salonicco, dove, fino a quel momento, a partire dal 1916, si erano fronteggiate tre armate bulgare e l'Armée d'Orient interalleata, costituita da contingenti francoinglesi, greci, serbi, e anche italiani. Cessate le ostilità, in seguito all'armistizio tra Regno di Bulgaria e Intesa, sopravvenuto il 29 settembre 1918, tocca agli italiani della 35a divisione di fanteria occupare gran parte dei territori bulgari per mantenervi l'ordine e garantire rifornimenti e comunicazioni. La presenza italiana in Bulgaria si protrarrà fino al luglio 1919, lasciando nelle popolazioni un ricordo durevole e anche positivo. Il saggio si conclude con un confronto critico tra le storiografie dei due paesi protagonisti di quei fatti, l'italiana e la bulgara.


  • Davide Artico Il contingente militare italiano in Slesia 1919-1922 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: In quanto potenza dell'Intesa, l'Italia svolse un ruolo attivo nelle operazioni di mantenimento della pace nelle aree europee che erano alla ricerca di un'identità politica in seguito al collasso degli imperi sovranazionali dopo i trattati di pace di Parigi del 1919. Un caso a sé era rappresentato dallo Stato polacco postbellico, ufficialmente costituito l'11 novembre 1918. Da subito quella del territorio nazionale della Polonia si dimostrò una questione di difficile definizione, poiché sin dall'immediato dopoguerra il ricostituito Stato nazionale iniziò ad attuare una politica di espansione. Ne sono esempi la guerra sovietico-polacca che alla fine portò all'annessione alla Polonia di circa 140.000 chilometri quadrati precedentemente assegnati alla Russia secondo la linea di confine proposta da lord Curzon; il confronto militare con la Lituania a proposito di Wilno/Vilnius; gli scontri con la Cecoslovacchia per il possesso dello Zaolzie; e il conflitto con la Germania a proposito dell'Alta Slesia. Sulla base della proposta di David Lloyd George, la questione della Slesia avrebbe dovuto essere regolata da un plebiscito. La Slesia era di gran lunga l'area più importante interessata dal plebiscito, poiché nella regione sorgevano numerosi complessi minerari. A questo proposito gli interessi polacchi erano sostenuti dalla Francia, il cui scopo era l'indebolimento del potenziale industriale della Germania. L'Italia diede il contributo maggiore alla presenza francese nell'area, assumendo alla fine il comando del contingente di interposizione in Alta Slesia dal marzo 1921 fino al maggio 1922. Il più significativo intervento di un reparto italiano ebbe luogo nel corso della Terza insurrezione della Slesia, agli inizi del maggio 1921. Poiché circa 15.000 civili tedeschi erano stati bersagliati dall'artiglieria polacca nei pressi della città di Cosci, il capitano Ettore Periggi sferrò un contrattacco: nella battaglia che seguì persero la vita alcuni ufficiali e graduati italiani e una ventina di soldati.


  • Luca Micheletta Un'impresa inutile e dispendiosa. La spedizione militare in Anatolia 1919-1922 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Nel 1919 gli italiani sbarcarono in Turchia ove rimasero per circa tre anni. Si trattò di un'operazione simbolica, tesa ad affermare il diritto italiano all'equilibrio con le altre grandi potenze nel Mediterraneo orientale. La spedizione, che per contraccolpo determinò lo sbarco greco a Smirne e il conseguente avvio della resistenza kemalista, avrebbe avuto enormi ripercussioni sul piano politico generale, ma non avrebbe comportato nessun vantaggio politico o economico per gli interessi italiani. La delegazione italiana alla Conferenza della pace ottenne poco o nulla rispetto alle aspettative di controllare economicamente una vasta zona dell'Anatolia meridionale. Gli alleati, inglesi e francesi, infatti, con l'accordo tripartito, si limitarono ad accettare di non farle concorrenza in una zona molto più ristretta, mentre si rivelò illusoria la speranza della diplomazia italiana di trovare una collaborazione economica e politica con i turchi. Dopo la rivoluzione kemalista, che rimise in discussione tutto l'assetto di pace concordato a Sèvres, non si riscontrò nessuna disponibilità da parte turca a negoziare un accordo con l'Italia che limitasse o mettesse a rischio la sovranità nazionale su parti del territorio turco. Constatata l'improduttività della spedizione dal punto di vista politico e il rischio di gravi incidenti con le truppe kemaliste ormai vittoriose, agli italiani non rimase che accogliere le reiterate richieste di Mustafa Kemal di evacuare completamente il suolo turco.


  • Marina Rossi Eserciti dell'Intesa e popolazioni nei territori della Russia occupata. Il Corpo di spedizione italiano in Murmania 1918-1919 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Entrando nel merito dei rapporti tra eserciti e popolazione della Russia settentrionale, si può affermare in modo inoppugnabile che i ceti benestanti e acculturati, parte non cospicua della popolazione, furono avversi a un'eventuale vittoria dei bolscevichi e intrattennero quindi buoni rapporti con gli italiani del Corpo di spedizione e con le altre forze dell'Intesa, ad eccezione degli inglesi. Tra i contadini non schierati attivamente a fianco dell'esercito russo predominò l'attendismo e la speranza che i bolscevichi portassero almeno la pace. Gli operai, sostenitori in un primo momento del governo social-rivoluzionario, appoggiarono apertamente il potere sovietico. A questa scelta contribuirono non poco le dure misure repressive adottate dai bianchi contro gli oppositori. Per quanto riguarda invece i rapporti con l'insieme delle autorità straniere — che esercitarono un ruolo predominante sulle unità antibolsceviche —, numerose fonti indicano che i rapporti tra russi (anche favorevoli all'intervento alleato) e inglesi di tutte le classi furono pessimi, dato l'atteggiamento arrogante di questi ultimi.


  • Marina Rossi Il Corpo di spedizione italiano in Siberia e in Estremo Oriente. Un difficile impatto con la realtà russa 1918-1919 pubblicato sul numero 256-257 di Italia contemporanea, settembre-dicembre 2009 Abstract: Per il Corpo di spedizione italiano l'impatto con la realtà russa fu traumatico da ogni punto di vista. Il rapporto con le popolazioni civili russe fu ambiguo: le classi elevate, da un lato, vedevano gli italiani, e gli altri alleati in generale, come un freno alle manifestazioni di scontento popolare, dall'altro provavano "vergogna e umiliazione" per la loro presenza sentendosi feriti nella propria sensibilità nazionale. Durante la permanenza a Kharbin, gli irredenti superarono questo muro di diffidenza prestando la loro opera, molto apprezzata nelle case russe, in qualità di operai e artigiani. La stessa cosa si ripeté solo in misura ridotta a Krasnojarsk, sia perché essi erano inquadrati in reparti combattenti con l'incarico di mantenere l'ordine, sia perché quelle funzioni erano già svolte da alcune migliaia di prigionieri tedeschi, austriaci e ungheresi. Costoro, in particolare i tirolesi e gli ungheresi, costituirono un diaframma quasi insormontabile nei contatti fra la popolazione e gli italiani, nei confronti dei quali fomentarono l'ostilità. Del resto, molti degli italiani, irredenti e no, provavano sovente sentimenti negativi rispetto alla popolazione — in quanto povera e arretrata e, come se non bastasse, slava —, che certo non giovarono al rapporto con le classi popolari siberiane, gli operai, gli impiegati, i salariati in genere, che già di per sé rappresentavano il problema politico più difficile dell'intervento. Il rimpatrio dei contingenti italiani (oltre 4.000 soldati con il rispettivo equipaggiamento), deciso dal governo Nitti alla fine di giugno del 1919, fu completato quasi un anno dopo, attraverso non poche difficoltà.

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