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Ancora sui fatti di Civitanova

Dic 2, 2019 | Radio Milano Europa

di Filippo Focardi
Direttore scientifio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Ciò che è accaduto nell’auditorium del liceo Da Vinci a Civitanova Marche in occasione della presentazione del libro di Andrea Martini rappresenta un grave campanello di allarme culturale. Non solo e non tanto il gesto in sé di intere classi che si alzano e se ne vanno, con in testa alcuni docenti, dimostrando disinteresse, maleducazione e ostilità verso l’oratore che sta parlando di Resistenza, crimini fascisti e della (difficile) punizione degli autori di quei crimini, quanto la motivazione di quel gesto che il professore – “anima della rivolta” – ha rivendicato alla fine dell’incontro: la mancanza di un contraddittorio, ovvero la mancanza dell’”altra campana”, ove l’”altra campana” non è evidentemente rappresentata dalla voce di un altro studioso che come Martini abbia indagato la questione con grande serietà scientifica, ma semplicemente la voce della controparte, i fascisti, nella pretesa che si tratti di affiancare due punti di vista egualmente legittimi. Si commette così un duplice e pericoloso errore: si riduce la voce di uno storico attento e preparato ad espressione di una presunta vulgata di parte, quella antifascista, e si rivendica pari legittimità per la vulgata opposta, che tale legittimità invece non ha.

Non si tratta purtroppo di un episodio sporadico. Negli stessi giorni, sempre a Civitanova Marche, nel Consiglio comunale si sono contrapposte due mozioni, entrambe finalizzate alla concessione della cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz. Quella presentata dalla maggioranza di destra si distingue perché in un passaggio del testo invita alla “condanna delle atrocità, siano esse nazifasciste o comuniste”. La stessa logica parificatrice pare diffondersi in tutta Italia, dal caso del sindaco leghista di Predappio che nega il finanziamento agli studenti per un viaggio della memoria verso i luoghi della deportazione nazista perché mancherebbe analoga attenzione ai luoghi delle violenze comuniste, all’iniziativa presa pochi mesi fa dalle destre del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia che hanno minacciato di applicare ai “negazionisti o riduzionisti” delle foibe le sanzioni previste dalla legge antinegazionista introdotta nel 2106 dal Parlamento italiano per colpire gli odiatori degli ebrei e i negatori della Shoah. Come se davvero le foibe rappresentassero – come si ama dire a destra – la “Shoah italiana”.

Siamo dunque in presenza di un atteggiamento culturale molto diffuso, che sempre più si traduce un’aggressiva politica della memoria, spinta oggi dal vento sovranista, e tanto più rischiosa e pervasiva in quanto pare aver trovato un avallo anche a livello delle istituzioni europee. Il riferimento è alla risoluzione del Parlamento europeo del settembre scorso – intitolata “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” – che ha posto sullo stesso piano totalitarismo nazista e totalitarismo comunista, e per questo è stata immediatamente strumentalizzata dalle destre italiane (molto meno inclini a condividere invece l’appello lanciato dalla stessa risoluzione contro l’attuale minaccia rappresentata dai movimenti neofascisti).

Tutto questo non nasce adesso ma viene da lontano. Per lo meno dall’inizio degli anni Novanta, subito dopo il tracollo della cosiddetta prima Repubblica, quando la nuova destra di governo guidata da Silvio Berlusconi ha promosso una vigorosa battaglia culturale rivendicando la “pacificazione” fra i vecchi avversari, fascisti e antifascisti, come strumento per avviare la costruzione di una “memoria condivisa”. In realtà, a tale richiesta era legato un esplicito atto d’accusa nei confronti dell’antifascismo, considerato un valore divisivo – e dunque un disvalore – per l’Italia uscita dalle urne nel marzo del ’94. Altrettanto esplicita – da parte di alcuni esponenti di Alleanza Nazionale – era la rivendicazione che la “pacificazione” dovesse significare tout court una “parificazione” fra le vecchie parti contrapposte. Un obiettivo perseguito esaltando il patriottismo etico e la buona fede dei “ragazzi di Salò” che avevano scelto di stare al fianco del Duce per salvare l’”onore” della Nazione. In quanto “patrioti”, essi dovevano avere lo stesso rispetto dei “patrioti” delle bande partigiane o dell’esercito cobelligerante. Come se le due parti non avessero combattuto per due concezioni di patria radicalmente opposte, l’una connotata da una idea gerarchica, razzista e aggressiva, l’altra viceversa caratterizzata dal richiamo alla libertà e alla democrazia (per quanto diversamente intese). Anche allora si provarono ad attuare da destra azioni politiche volte a “parificare” le memorie: furono infatti promossi alcuni disegni di legge per equiparare i combattenti di Salò ai partigiani e ai militari che erano rimasti fedeli al Re (istituzione dell’Ordine del Tricolore). Queste manovre fallirono nel corso degli anni duemila scontrandosi contro il baluardo del Quirinale, retto prima da Carlo Azeglio Ciampi e poi da Giorgio Napolitano.

Nel nuovo clima politico, segnato negli ultimi anni dall’ascesa delle destre populiste e sovraniste, assistiamo alla rinascita di quelle pericolose e inaccettabili istanze parificatrici. Lo si è visto a Civitanova Marche, dove la conoscenza di una complessa ma fondamentale pagina della nostra storia, di cui ogni cittadino e cittadina dovrebbe avere coscienza, è stata ridotta ad un derby calcistico fra fascisti e antifascisti (come qualcuno ha voluto definire la Resistenza). Non dubitiamo che il Quirinale, il più alto punto di riferimento della Repubblica democratica nata dalla lotta antifascista, saprà fare la sua parte oggi contro la montante ondata revisionista, come l’ha fatta con efficacia negli anni duemila. A questa necessaria battaglia culturale non si sottrarranno certamente l’Istituto nazionale Ferruccio Parri e la rete degli istituti della Resistenza. Nel 70° anniversario dalla fondazione dell’Istituto, le ragioni che portarono alla sua nascita sono più vive che mai.