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Le memorie del fascismo: commemorazioni e odonomastica fascista nell’Italia repubblicana

Giu 30, 2020 | Radio Milano Europa

di Giulia Albanese

In che modo la memoria di pietra del colonialismo e del fascismo dà forma al nostro pensarne la storia? I dibattiti seguiti all’abbattimento e alla richiesta di rimozione di statue di razzisti e colonialisti, una delle circoscritte conseguenze dell’omicidio di Floyd, ha portato anche in Italia a interrogarsi non solo sulla monumentalistica coloniale, ma anche su quella fascista, per spostarsi rapidamente a ragionare su alcuni segni presenti sul nostro territorio che non appartengono al nostro passato ma al nostro presente, come ad esempio la statua a Montanelli del 2006, che, ovviamente, non è una vestigia del passato, ma di un presente assai prossimo, e riguarda quindi il modo in cui, negli ultimi anni, si è costruita una memoria pubblica in Italia, in che modo il passato e alcuni personaggi sono stati oggetto di una politica memoriale e perché. Una riflessione che richiederebbe almeno di domandarsi, al di là della figura di Montanelli, a quali figure negli anni 2000 si è pensato fosse necessario dedicare monumenti a Milano? E, anche, quanti giornalisti sono stati oggetto di monumentalizzazione pubblica per le strade di una città? E in che modo si è pensata la memoria di attori ed eventi in questi stessi anni in tutta Italia?

Dimenticandoci per un attimo la monumentalistica degli anni 2000, va però ricordato che le città e le piazze di questo paese sono piene di segni del passato fascista; nella stratificazione storica, architettonica, monumentalistica il fascismo gioca senz’altro un ruolo di rilievo – nei centri città e talvolta anche in periferia –, espressione del desiderio fascista di costruire un’Italia nuova e lasciare il segno della modernità fascista. Ciò fa sì che quella forma di modernità fascista è parte ineliminabile delle nostre città, ma questo non toglie che esistano segni particolarmente significativi dal punto di vista ideologico o usi politicamente significativi di alcuni segni su cui dobbiamo interrogarci per metterli in discussione erisignificarli, perché – come ha ben detto Alessandro Portelli sul Manifesto – essi sono rilevanti per quello che dicono dell’Italia di oggi più che per quello che dicono dell’Italia fascista.

Prima però di discutere di tutto questo, val la pena soffermare l’attenzione sul fatto che i monumenti del ventennio che celebrano il passato fascista non sono presenti in maniera uniforme sul territorio italiano, non solo perché la costruzione di una presenza architettonica e urbanistica fascista è stata definita e articolata in modo diverso nelle diverse regioni, città e paesi d’Italia, ma anche e soprattutto perché il 25 luglio, il 25 aprile – e tutto quello che ci sta nel mezzo – e successivamente anche il dopoguerra hanno pesato diversamente su questi segni, rimuovendoli, riarticolandoli, ricostruendo o no una memoria diversa, lasciando alcuni vecchi segni e fissandone di nuovi, rinominando oppure no. Facendo insomma un’operazione politica su questi segni e sul territorio, che a questo punto è storia. Quanto conosciamo noi di questa articolazione italiana della memoria fascista? Cosa ci potrebbe dire e ci dice del nostro paese e della ricca e differenziata storia politica di regioni, provincie e città? E in che modo questa articolazione è stata riattivata a partire dagli anni ’90 e in modo particolare dagli anni 2000, producendo per esempio il monumento a Graziani di Affile o rinominando a gerarchi fascisti locali piscine o strade?

È giusto che la politica si interroghi su queste statue, e provi a ragionare sul segno che lasciano sulle nostre comunità, magari – come propone Igiaba Scego – cominciando a costruirne di nuove, che raccontino storie diverse, che non accarezzino i razzisti che siamo stati, ma che graffino un po’ delle nostre certezze e ci facciano fare i conti con il razzismo, l’aggressione e le violenze esercitate dal nostro paese, magari anche sollecitando domande sul razzismo che ancora coltiviamo (qualunque cosa si pensi della statua di Montanelli, il dibattito sulla sua statua sta assumendo toni surreali da parte di chi la vuole difendere). Ma è il tempo anche di costruire una storia dei segni rimasti di questa memoria, che ci sappia raccontare nel dettaglio in che luoghi e con che forme, da chi e per quali ragioni la memoria fascista di questo paese è stata coltivata – o è rimasta fisicamente attraverso i monumenti -, nella consapevolezza che questa è una storia che riguarda tutta l’Italia, ma riguarda soprattutto, l’opinione pubblica conservatrice e moderata e nazionalista, che da questa discussione sulla memoria esce con un proprio profilo significativo su cui varrebbe la pena, come storici, interrogarsi.

L’Istituto nazionale Ferruccio Parri ha avviato una riflessione e una ricerca su questi temi e intende organizzare un convegno in autunno per discutere alcuni risultati della ricerca, oltre allo stato dell’arte su questi temi a livello nazionale e internazionale. Il progetto ‘Luoghi della memoria del fascismo’ prevede il censimento dei luoghi di commemorazione pubblica del fascismo attorno a monumenti, lapidi, edifici commemorativi della storia del Ventennio e l’analisi dell’odonomastica e della denominazione di luoghi pubblici che si riferiscono alla storia del ventennio nelle principali città italiane. In autunno faremo un convegno per discutere di questi temi, con una riflessione sullo stato dell’arte della ricerca a livello nazionale e internazionale e rendendo pubblici alcuni primi risultati di questa ricerca. Presto inoltre pubblicheremo una mappa georeferenziata che verrà popolata via via di nomi di strade e di luoghi pubblici intitolati a eventi e personaggi del ventennio fascista, facendo luce sui ruoli politici ed istituzionali ricoperti durante il fascismo.