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Vent’anni dopo: il G8 nel racconto di chi c’era

Lug 19, 2021 | Radio Milano Europa

di Chiara Nencioni

“Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l’orizzonte […].
Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera
sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia”.

Così cantava Francesco Guccini nella canzone Piazza Alimonda, dedicata ai giorni di violenza e terrore da giovedì 19 luglio a domenica 22 luglio 2001, contestualmente allo svolgimento della riunione del G8.

Quel G8 grondante di vergona e sangue, in cui 300.000 persone eterogenee di movimenti no-global e associazioni pacifiste, che avevano dato vita a manifestazioni di dissenso, seguite da gravi tumulti di piazza, subirono violenze da parte delle cosiddette forze dell’ordine, durante le quali, il 20 luglio, venne ucciso il ventitreenne Carlo Giuliani (l’allora ministro dell’Interno, Claudio Scajola, aveva ordinato alle forze di polizia di sparare sui manifestanti nel caso avessero sfondato la zona rossa[1]). La sera successiva nella scuola Diaz, centro del coordinamento del Genoa social Forum, fecero irruzione i Reparti mobili della Polizia: con il supporto operativo di alcuni battaglioni dei Carabinieri, fecero quel feroce pestaggio (“macelleria messicana” fu definita[2], riprendendo le parole di Ferruccio Parri per l’esposizione di Mussolini e altri gerarchi fascisti a piazzale Loreto) fermando con “costruite” false accuse 93 attivisti, ferendo 82 persone. Tra gli arrestati 63 furono portati in ospedale, dei quali tre in prognosi riservata e uno in coma; in 59 furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto, dove vennero compiti atti di tortura, come ha sentenziato il 7 aprile 2015 la Corte Europea dei diritti dell’uomo. Per questi atti sono stati condannati in via definitiva dalla Cassazione, con sentenza del 5 luglio 2012, 25 poliziotti. Nessuno degli imputati, però, è finito in carcere per via delle prescrizioni. Non solo impuniti, ma alcuni cresciuti in carriera, come il vicequestore della Digos di Genova[3]. 200 denunce per lesioni a danno dei manifestanti durante gli scontri e 60 relative alla perquisizione alle Diaz sono state archiviate per l’impossibilità di riconoscere gli agenti responsabili dei fatti. Amnesty International definì quanto successo a Genova “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”[4].

A 20 anni da quei tragici eventi, varie iniziative sono previste a Genova, mentre in tutta Italia si stanno svolgendo iniziative locali.

Fra esse, domenica 18, data inaugurale del festival Fino al cuore della rivolta edizione 2021, l’anteprima della presentazione del libro La rivoluzione non è che un sentimento. Venti interviste a vent’anni dal G8 di Genova, a cura di Archivi della Resistenza, presso il Museo Audiovisivo della Resistenza, cui seguirà quella ufficiale il 19 e 20 luglio, a Genova (nell’ambito delle iniziative per il ventennale). Il 18 sera è stato rappresentato anche lo spettacolo Venti da Genova, del Teatro dell’Assedio (regia di Michelangelo Ricci, con Alessio Lega e Davide Giromini, sonorizzazioni Rocco Marchi) canto teatrale per coro, cantastorie, due guardie e un clown.  Questo spettacolo di teatro-canzone trae ispirazione anche dalle testimonianze, quelle di Michelangelo Ricci, il cineoperatore che riprende la morte di Carlo Giuliani (alla presentazione dello spettacolo definisce i fatti di Genova “un tentativo maldestro di colpo di stato”) e Alessio Lega, cantautore anarchico, poi diventato la “voce cantante” dei tragici eventi del G8, che paragona Genova 2001 al Cile 1973, ricordando i rivoli di sangue per le strade quando i poliziotti lavavano i manganelli. D’altro canto a Bolzaneto gli aguzzini cantavano “uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove”.

Pur essendo il libro e lo spettacolo due oggetti culturali autonomi, sono in realtà fortemente intrecciati.

Il libro La rivoluzione non è che un sentimento. Venti interviste a vent’anni dal G8 di Genova è appena uscito per la collana Verba manent, racconti di vita e storia orale, diretta da Alessio Giannanti e Filippo Colombara -di cui è il terzo volume- con bellissima illustrazione in copertina di Sofia Figliè.

I curatori hanno indagato, insieme alla cronaca di quei giorni, le istanze politiche del movimento, le violenze di piazza, la repressione e la lunga ed estenuante ricerca di verità e giustizia. Non si sono però fermati alla sola dimensione fattuale, ma sono risaliti fino alle ragioni ideali, ai sentimenti e alle storie di vita che stanno dietro a quella moltitudine di uomini e donne, di diverse generazioni, provenienze e sensibilità, che manifestò a Genova, nella comune convinzione che «un altro mondo è possibile».

Il libro, il cui titolo è una citazione di Pasolini, è frutto di una campagna di interviste sul movimento No Global e, in particolare, sulle manifestazioni di Genova del luglio 2001. Il gruppo di lavoro che le ha condotte e ha curato il libro è composto non solo dai militanti storici, ma vede una presenza nutrita di giovani, alcuni dei quali hanno oggi vent’anni (cioè nati proprio nel fatidico 2001). La scelta dei testimoni non è casuale, ma è stata indirizzata dalla volontà di avere un gruppo il più possibile rappresentativo delle varie tipologie di manifestanti e delle culture politiche in campo: portavoce di associazioni e militanti dei centri sociali, anarchici e pacifisti, giornalisti e scrittori, mediattivisti e video-operatori, legali e infermieri, studenti e giovani dei centri sociali, religiosi uomini e donne processati, vittime dei pestaggi, delle torture, dei diritti violati.  Per la stessa esigenza, la campagna delle interviste ha coinvolto deliberatamente sia personaggi più o meno famosi, sia attivisti comuni, che mai prima di oggi avevano raccontato quelle esperienze in pubblico. Le interviste non seguono una struttura fissa o una narrazione limitata alla cronaca dei tre giorni, poiché è stato adottato un baricentro variabile per ogni storia, ora più sbilanciato sull’infanzia e le pregresse esperienze politiche, ora più spostato sulla ricostruzione del prosieguo politico e dell’impegno attuale.

Gli antichi ci hanno insegnato che ogni storia si struttura in tre parti e lo stesso vale per questo racconto: lo svolgimento dei fatti deve avere un inizio e una fine; un “prima”, in cui si indaga quale percorso li abbia condotti a manifestare e quale sia stato il loro apprendistato ideale, e un “dopo”, che arriva fino ai giorni nostri con diverse soluzioni: la delusione, il trauma, la fuga o il permanere di un impegno politico. Genova ha rappresentato per tutti gli intervistati un giro di boa nei propri sentimenti politici, c’è per tutti loro, un prima e un dopo Genova, una specie di perdita dell’innocenza, la fine di una lunga adolescenza politica. Le ragioni sono evidenti: i fatti del G8 con il loro portato di delusione e ingiustizia rappresentano per molti un trauma che ha spesso i connotati della sconfitta, se non dell’annichilimento. E hanno segnato la fine di un sogno, quello di un fiero movimento pacifista ed ecologista che diceva “no” alla concentrazione delle risorse nelle mani di un ristretto gruppo di potenti neoliberisti. Eppure questo libro cerca di dimostrare – al di fuori di ogni retorica consolatoria e del rischio sempre presente del reducismo – che la storia non può finire e che lo spirito di Genova attraversa carsicamente il tempo per poter riemergere, oggi o domani, in ogni nuovo anelito di speranza, nella tenace volontà di trasformare lo stato presente delle cose.  Il libro si interroga su cosa oggi si può ancora imparare dai fatti del G8, da questa educazione genovese che ha folgorato diverse generazioni di idealisti. Da allora sono passati vent’anni, che sono in realtà pochi ma sembrano un’enormità per come il mondo è cambiato nel frattempo. È venuto forse il momento di fare dei bilanci e continuare a raccontare quanto è successo a chi non era presente allora e a chi non era ancora nato. Per tutti questi motivi, La rivoluzione non è che un sentimento vuole essere sia un atto di denuncia, nei confronti di quanto accaduto, sia un libro di progetto, rivolto al futuro e alle nuove generazioni, perché tra le righe di questi racconti si può leggere la storia sentimentale e politica dei nostri ultimi vent’anni.

“Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita” (F. Guccini, op. cit.)


[1] https://www.repubblica.it/online/politica/scajola/scajola/scajola.html

[2] G8, Fournier: “Sembrava una macelleria. Non dissi nulla per spirito di appartenenza”, articolo de “La Repubblica“, 13 giugno 2007

[3] Si tratta di Alessandro Perugini https://it.m.wikipedia.org/wiki/Processi_e_decisioni_giudiziarie_sul_G8_di_Genova

[4] https://www.amnesty.it/20-anni-dal-g8-di-genova-le-iniziative-di-amnesty-international-italia-e-della-rete-di-associazioni/